Partendo da un'analisi del film di Ingmar Bergman Il silenzio, vorrei illustrare brevemente e soggettivamente quella che è la visione filosofico-religiosa del grande cineasta svedese, comparandola con quella dello scrittore boemo Franz Kafka e con quella del filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre, e cercando di delineare quest'ultima come l'unica in grado di fornire all'essere umano una via praticabile e positiva, non inevitabilmente destinata alla distruzione o alla disperazione come le precedenti.
1. Il silenzio: Bergman e la ricerca vana
Il silenzio, film di Ingmar Bergman del 1963, è l’ultimo di una triade (preceduto da Come in uno specchio e Luci d’inverno, del 1961) che mette in scena il silenzio di Dio, ovvero la sua assenza e quindi l’incomunicabilità tra le persone e la disperazione che nasce quando si prende atto che l’universo è privo di senso, di una causa prima e di uno scopo ultimo.
Questo è, a mio avviso, il significato bergmaniano di Dio: una causa, uno scopo, perennemente ricercati e mai trovati, un bisogno di elevazione, di distacco dal corpo e dallo spirito o meglio un’unione di questi con l’anima universale, per quel perenne bisogno di unione del microcosmo con il macrocosmo che risale a diversi secoli or sono e di cui si può trovare un’espressione efficace nel Faust goethiano.






